Dall’Intelligenza Artificiale alla Presenza Artificiale: il prossimo grande mercato sarà la compagnia


Da anni mi occupo di innovazione tecnologica e negli ultimi tempi sto lavorando soprattutto nei settori dell’Intelligenza Artificiale Generativa, della telemedicina e degli avatar digitali. Osservando l’evoluzione di queste tecnologie, sono arrivato a una convinzione che può sembrare provocatoria: l’Intelligenza Artificiale sta smettendo di essere uno strumento e sta iniziando a diventare una presenza.
Per oltre cinquant’anni abbiamo immaginato i computer come macchine incaricate di elaborare dati e fornire risposte. Anche i più moderni sistemi di AI, almeno inizialmente, sono stati percepiti come motori di ricerca evoluti: strumenti utili per ottenere informazioni in modo più rapido.
Ma qualcosa sta cambiando.
Milioni di persone in tutto il mondo non utilizzano più l’AI soltanto per scrivere un testo o trovare una risposta. Sempre più spesso la utilizzano per parlare. Per confrontarsi. Per riflettere. Per ricevere supporto emotivo. Per sentirsi ascoltate.
Questo fenomeno, ancora sottovalutato, rappresenta probabilmente uno dei più grandi cambiamenti culturali della nostra epoca.
La vera rivoluzione non consiste nell’aumento della capacità computazionale dei modelli. Consiste nel fatto che le persone stanno iniziando a costruire una relazione con essi.
Le tecnologie vocali stanno diventando sempre più naturali. Gli avatar stanno acquisendo espressività, linguaggio del corpo, emozioni simulate e capacità di adattarsi al contesto. In altre parole, stanno assumendo caratteristiche che il nostro cervello associa spontaneamente alla presenza umana.
E qui emerge una domanda affascinante.
Cosa accadrà quando queste intelligenze non vivranno più soltanto all’interno di una finestra sullo schermo?
Immaginiamo avatar realistici capaci di parlare qualsiasi lingua, ricordare le nostre preferenze, apprendere dalle conversazioni e accompagnarci nella vita quotidiana. Immaginiamo che possano manifestarsi attraverso schermi sempre più evoluti, occhiali intelligenti o persino interfacce olografiche.
Per molti questa visione richiama immediatamente il cinema di fantascienza. Pensiamo agli ologrammi di Blade Runner 2049 o agli assistenti virtuali immaginati in numerose opere futuristiche.
La differenza è che oggi gran parte della tecnologia necessaria per costruire quel futuro esiste già.
Ciò che manca non è la tecnologia. Manca la capacità di progettare esperienze che siano realmente umane.
Per questo motivo credo che il prossimo grande mercato non sarà semplicemente quello dell’Intelligenza Artificiale, ma quello che potremmo definire della Presenza Artificiale.
Non sistemi che forniscono informazioni, ma presenze digitali capaci di accompagnare, spiegare, insegnare, assistere e dialogare.
In ambito sanitario potrebbero aiutare i pazienti a seguire correttamente un percorso di cura. Nel turismo potrebbero accogliere visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Nella formazione potrebbero diventare tutor personalizzati disponibili ventiquattro ore su ventiquattro. Nelle aziende potrebbero rappresentare il volto digitale di un’organizzazione.
La sfida, però, non sarà tecnologica.
Sarà emotiva.
Le persone non si innamorano degli algoritmi.
Si innamorano delle storie.
Si fidano delle persone.
Creano relazioni con ciò che percepiscono come vicino, empatico e autentico.
Per questo motivo il futuro degli avatar non verrà deciso dai programmatori più brillanti, ma da chi saprà costruire connessioni emotive credibili tra esseri umani e intelligenze artificiali.
Forse tra qualche anno parleremo con avatar digitali nello stesso modo in cui oggi parliamo con un amico al telefono.
Forse ci sembrerà normale ricevere consigli, supporto o compagnia da una presenza artificiale.
E quando quel giorno arriverà, probabilmente ci renderemo conto che la vera rivoluzione dell’AI non era la sua capacità di pensare.
Era la sua capacità di farci sentire meno soli.
Delio Iazzetti




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